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Gianmarco Landi
Costume e Società27 min di lettura

2000 anni di frustrazioni francesi nei confronti degli Italiani

Un lungo pamphlet polemico che ripercorre i rapporti storici tra Italia e Francia sostenendo l’esistenza di una secolare rivalità culturale e politica. Dalla presunta appropriazione di Leonardo da Vinci alle guerre napoleoniche, l’autore denuncia un continuo tentativo francese di ridimensionare identità, storia e ricchezza italiana.

Il TG1 della RAI, pochi giorni fa, ha “scoperto” e ha affermato le inesistenti origini francesi del maggior genio che l’umanità abbia mai conosciuto, Leonardo da Vinci, riprendendo delle “notizie” che alcuni giornalisti francesi da anni propalano in tal falsificato senso. Questa castroneria mediatica non è solo un epigono di un ampio fenomeno di vassallaggio ai francesi, che molti italiani, tanto sinistroidi quanto ignoranti, ritengono di dover tributare al popolo d’Oltralpe, ma è anche parte di un disegno di distruzione della nostra Storia, un viatico chiaramente necessario per il Nuovo Ordine Mondiale senza identità, caratteri e personalità culturali ben definite.

Sappiamo che una parte dell'élite mondialista vuole destrutturare l’Occidente , e la formula magica concepita per facilitare questo disegno è proprio la cancellazione dell’Italianità in ogni dove, arrivando finanche a distruggere le statue di Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci nelle principali città statunitensi, in un’ottica di guerra dichiarata alla Storia che, nei fatti, coincide con odio esplicito verso l’italianità.

Grazie alla riforma della cosiddetta Buona Scuola, da parte dei grandi “cervelli” del PD, la Storia non viene praticamente più insegnata qui in Italia; questo perché i libri, che ci riferiscono il cammino da cui proveniamo, ci direbbero che tutti i trionfi che i francesi (ma anche i tedeschi) rivendicano, per ergersi a grande popolo alfiere della civilizzazione, sono, in realtà, assolute pochezze per un qualsiasi uomo di Cultura e non di Kultura; a differenza di quanto i cervelli omologati di sinistra sostengono nella loro opera di alfabetizzazione mistificata delle masse. L’egemonia gramsciana tende a negare che la Francia sia un complesso di luoghi e di genti a cui la civiltà sia stata direttamente infusa dagli italiani in circa 2000 anni di influenze, quasi del tutto unidirezionali, arrivando invece ad invertire il senso di quanto avvenuto.

Nel prosieguo di questo pezzo tratteggerò, per sommi capi, i passaggi di questo rapporto italo-francese a beneficio di questi benpensanti paladini di un regime europeista e mondialista in marcescenza economica, culturale e spirituale. Penso, ad esempio, a Fabio Fazio in ginocchio televisivo ai piedi di Macron, che proclama Parigi come capitale d’Italia riconosciuta dai migliori italiani! Penso, ad ulteriore esempio, al “Clan” di Gianni Petrucci alla FIP (Federazione Italiana Pallacanestro), il quale, evidentemente smanioso di bagnarsi le mutande con liquami di “Sodoma e Gomorra” politically correct, per compiacere il Presidente Mattarella, aveva proposto di far suonare la Marsigliese in tutti i palasport d’Italia invece dell’Inno di Mameli, un’impellenza che, non essendo stata recepita in quasi nessun Palasport della Penisola, non ha ovviamente avuto luogo.

Se tutti noi, gli italiani orgogliosi e consapevoli di ciò che siamo, non sapremo dare uno stop a questa esterofilia degenerata in un’inclinazione pervertita in vassallaggio francese, tra qualche anno, un giornalista illuminato del TG1 ci comunicherà la revoca d’ufficio del quarto titolo mondiale del 2006 alla Federazione Italiana di Calcio, in favore di un più “intelligente” computo dei rigori calciati al termine della finale, che sarà ovviamente premiante la più “civile” Francia; mentre Berlino sarà impegnata in una lotta con Parigi per disputarsi la sede centrale di Equitalia, al fine di un maggior numero di italiani condotti, obtorto collo, verso un futuro di europeismo usuraio, e perciò prossimamente penzolanti da una trave con una corda intorno al collo.

L’Uomo Vitruviano, l’espressione di cultura, arte e scienza più famosa dopo il ritratto della Gioconda, mostra la ricerca delle corrette proporzioni in senso scientifico attorno all’essere umano, con ciò ispirando e testimoniando l’importante genio rinascimentale italiano nel cammino della civiltà.

Questa ribellione patriottica deve passare per il sottrarsi alla prostrazione forzata nei confronti, ora dei francesi, ora dei tedeschi , ovviamente la scelta varia in base ai dettami benpensanti delle mode radical chic, e secondo quei dettami politicamente corretti da un’Intellighenzia con la erre moscia e il cervello fitto di idiozie, quali questa correzione delle origini francesi di Leonardo. Ma facciamo attenzione: questa “correzione” sulla natura transalpina del genio di Leonardo non è frutto di ignoranza, perché si inserisce in una subdola richiesta di prestito prolungato della celebre raffigurazione dell’ Uomo Vitruviano da parte del Ministro della cultura di Macron, il quale, con un comunicato stampa, ha anche ringraziato gli italiani per il lungo prestito, che però nessun rappresentante del Governo italiano gli aveva concordato!

Che furbi sono questi francesi!

Il dover riaffermare l’orgoglio nazionale passa dalla consapevolezza della Storia, la cui conoscenza fa capire il senso del complesso di superiorità dei francesi, che anima la loro stizza nei nostri confronti. Freud ha insegnato che il complesso di superiorità boriosamente manifestato, così come anche l’inclinazione all’invidia, celano l’intima consapevolezza dell’inferiorità, una situazione storico culturale in cui versa la civiltà francese rispetto alla superiorità di quella italiana, che l’ha praticamente generata, ricevendo in cambio, negli ultimi due secoli, angherie e soprusi di vario tipo.

Gli italiani e la loro civiltà sono a fondamento dell’Occidente con un patrimonio culturale che si stima dal 65 al 70% di tutto quello annoverabile dall’Umanità intera e, anche solo questa constatazione, svela la situazione in essere che mina le illusorie sicurezze psicologiche di egemonia da parte delle élite francesi e, più in generale, europee. La grandeur francese si basa sulla pochezza di un background essenzialmente riconducibile a quello di una colonia culturale italica, poi ribellatasi con violenza e profonda ignoranza intorno al 1800, come spiegherò nel seguito.

La civilizzazione della Francia è un’opera lunga, che iniziò con Giulio Cesare il quale definì i popoli barbari, da cui discendono i francesi di oggi, cioè i Galli, come degli esseri umani particolarmente incivili, tendenzialmente stupidi e inutilmente violenti. Nei Commentari del De Bello Gallico , da grande scrittore qual era, Giulio Cesare ci spiega che razza di bestie fossero questi Galli, divisi in tribù insediate in miserevoli capanne nelle selvagge foreste, sempre in perenne lotta sanguinaria tra loro per logiche assimilabili ad accordi territoriali effettuati con “pisciate” canine sui tronchi degli alberi per delimitare il territorio. La Gallia, la provincia più povera dell’Impero, grazie a Roma diventò un territorio con strade, acquedotti, fiorenti città, canali navigabili per merci, mulini a funzionamento idrico e quant’altro fosse considerabile civile, grazie esclusivamente al potere di Roma che, a cominciare da Giulio Cesare, fu esercitato nei confronti di questi barbari con la necessità di un sonante bastone, a differenza di quanto avveniva in altre province dell’Impero ricche e sviluppate, come la Grecia, l’Egitto, o la penisola iberica, in cui Roma seppe adoperarsi alternando la carota al bastone.

Queste origini della civiltà francese hanno innestato, in gran parte degli intellettuali transalpini post illuministi, una frustrazione riversa in un’acredine nei confronti della Storia, degli italiani e dell’Occidente. Ad esempio, si considerino i celebri fumetti molto popolari di Asterix e Obelix: un tentativo di mitigare la mortificazione causata dalla realtà storica, effettuato ricorrendo a prodigiose quanto fantomatiche vittorie dei Galli sui Romani, che, in realtà, non si possono annoverare in alcun senso, così come qualsiasi genio rinascimentale degno di nota, e non solo l’Unicum di Leonardo da Vinci, è per forza di cose un’espressione italica, che nulla ha di originario nella Francia di qualsiasi epoca e luogo.

L’opera di civilizzazione della Francia a cura delle genti italiane continuò anche molto dopo il dominio autoritario di Roma, elevando dapprima la dinastia Merovingia e, in seguito, quella Carolingia a perno di un necessario Ordine geopolitico e sociologico: il Sacro Romano Impero (tre parole di valenza e pertinenza italiana). Ciò avvenne soprattutto con Carlo Magno, incoronato il 25 dicembre dell’800 da Papa Leone III a Roma, riconoscendo ai Franchi la forza e il dovere di mantenere, in Europa, un ordine concepito dalle ricche famiglie patrizie italiane arricchitesi, anche nei secoli bui del Medioevo susseguiti alle invasioni barbariche, quando varie cittadine romane, nel caos di quegli anni dominati ora dai Goti, ora dai Longobardi, si svilupparono in autonomia con innato genio squisitamente italico. Come esempio emblematico, si pensi alla cittadina romana di Aquileia, che intorno al 450 d.C. divenne la Venezia lagunare per sfuggire alle invasioni degli Unni, per poi diventare la rigogliosa Repubblica di cui sappiamo nei successivi secoli, fino alla distruzione operata da Napoleone nel 1800 circa.

I Franchi, a differenza dei vari popoli italiani più raffinati e civili e perciò meno inclini a fare le guerre, furono, tra il 700 e l’800 d.C., degli ottimi cani da guardia della civiltà, tenuti in debita considerazione per dare un ordine politico generale, poiché erano anche abbastanza fessi da fare guerre ricercando glorie cavalleresche finalizzate a tutelare gli interessi stabiliti a Roma da un coacervo di interessi dei nobili e, successivamente, dei primi mercanti italiani.

Le élite italiane scelsero i Franchi e non i germani ad iniziale vertice del Sacro Romano Impero, perché l’ideologia pubblica con cui si intese riempire e manipolare l’esercizio del potere reale e, a cascata, nobiliare nel Sacro Romano Impero, doveva essere il Cristianesimo e, in tal senso, i franchi non erano ancora divenuti cristiani a differenza dei tedeschi, che però lo erano divenuti in senso ariano e quindi non sottomesso a Roma. L’arianesimo era un modo di essere cristiani inviso alla Chiesa Cattolica e alle élite italiane, che la dominavano, e perciò, nei primi secoli, il Sacro Romano Impero fu tutelato e governato da monarchie “francesi” e non teutoniche, come avvenne poi nei secoli successivi, quando tutti i Germani furono dolcemente sottoposti alle influenze della Chiesa di Roma, cioè agli italiani.

L’intento delle famiglie patrizie italiane a fondamento del Sacro Romano Impero, era stato quello di uscire dal caos e plasmare la cultura e le dinamiche delle organizzazioni nobiliari (Principi, Duchi, Marchesi, Conti…) e del ceto dirigenziale imperiale palatino, come in effetti accadde per quasi tutti i mille anni di Sacro Romano Impero, ai sensi di indirizzi essenzialmente concepiti in Italia, situazione che iniziò a dissestarsi solo dopo Martin Lutero e il protestantesimo, per poi esplodere nel caos e nel sangue totale portato da Napoleone Bonaparte e dalle ideologie costruttiviste del 1900.

In alcuni brevi periodi del Medioevo si ebbero forti contese sull’ubicazione del Papa (Avignone) o sulle dinamiche delle investiture monarchiche, nobiliari e clericali, che solo eccezionalmente videro alcuni personaggi francesi, anche particolarmente efferati, prevalere, facendo però registrare regressioni e involuzioni del Sacro Romano Impero, tanto che non fu affatto un caso se il Papa, alla fine, fu sempre ricondotto a Roma e alle conclusioni profilate dalle grandi famiglie italiane.

I Franchi, già 1200 anni fa con Carlo Magno, erano consapevoli di essere un popolo senza un qualche valore reale emancipabile da quelli che gli Italici avevano dato loro. Curioso e illuminante, in questo senso, è il mito di Francione, diffusosi un po’ come si sta cercando di fare ora con questa invenzione di Leonardo il francese. I Franchi, per nobilitare il proprio valore storico a prescindere da Roma, si dissero discendenti da questo Francione, un inesistente fratello di Enea, l’eroe troiano di quasi 3000 anni fa, giunto in Lazio dopo la distruzione di Troia operata dai greci, da cui discesero Romolo e Remo e quindi Roma, con ciò significando l’aspirazione francese a mettersi a pari livello degli italiani, verso cui provavano, evidentemente, invidia e un senso di comprensibile inferiorità . Ed, infatti, la cosiddetta cultura europea post Impero Romano, quella dei monasteri e degli amanuensi, è stata governata quasi esclusivamente in Italia da menti italiane, facendo combaciare il dominio della Chiesa Cattolica con un’Unione Europea avente la propria capitale a Roma, una situazione particolarmente evidente a partire dall’anno 1.000 con il grande Papa Gregorio VII, quello del Dictatus Papae e del diritto alle investiture, che consegnò alla Storia una Chiesa Cattolica in grado di far inginocchiare qualsiasi Re o qualsiasi nobile alla bisogna delle necessità romane.

In tutto il Medioevo e oltre , la civiltà europea era prevalentemente la vita della nostra Penisola, con la ricca Repubblica di Genova e la sua prima banca al Mondo per importanza e dimensioni; con la raffinata Repubblica/Signoria di Firenze; con la tecnologica Milano degli Sforza; con la trafficona Venezia del doge e dei navigatori come Marco Polo; con il Comune di Bologna e la prima Università al Mondo, dove tutte le élite europee vennero ad istruirsi per secoli; con l’opulentissima Napoli o la cosmopolita Palermo dei cristiani vissuti gomito a gomito con i mussulmani e con gli ebrei, in un’esplosione di civiltà virtuosa e sconosciuta, non solo al di là delle Alpi, ma anche tra le Alpi e il Rubicone. Le altre città italiane più piccole erano meno importanti rispetto alle succitate, ma Parigi, Londra, Berlino e la futura Madrid (sorta dopo il 1500) non “allacciavano i sandali” a molte di queste cittadine sparpagliate per l’Italia, che furono, sin dal Medioevo, fulgidi modelli di Civiltà fino ad oltre il Rinascimento, passaggio che ovviamente si deve agli italiani e, indirettamente, a pochissimi mitteleuropei e nordeuropei che si relazionarono stabilmente con il nostro popolo, come, ad esempio, i fiamminghi e i britannici, i quali commerciarono intensamente con i fiorentini, da cui appresero l’arte della finanza e il vantaggio dello scambio economico ben strutturato.

Dove si poggerebbe, quindi, questa grandeur francese a dispetto dell’Italia? Sul nulla più assoluto! Le storie che si narrano sulla grande cucina francese nella Storia, ad esempio, o la leggenda della raffinatezza dei vestiti e degli accessori di antica origine parigina, dove pensate che traggano origine? Tutte queste cose di cui i francesi si vantano con massima boria, scaturiscono direttamente dall’Italia e dagli italiani e, poiché loro lo sanno e non riescono a sopportarlo, aspirano a poterci nascondere agli occhi del Mondo, e a poter cancellare l’italianità dalla Storia.

La grande tradizione culinaria francese nasce con il matrimonio tra Caterina De’ Medici ed Enrico II nell’anno 1533 . Caterina, discendente di Lorenzo il Magnifico, prima di diventare una grandissima Regina di Francia e regista della politica francese ed europea nel difficile periodo delle lotte di religione, andò a Parigi da ragazzina, ancora promessa sposa, con 20 cuochi e 20 sarti, ben sapendo di dover civilizzare tutta la Nobiltà francese, che dapprima le fu molto ostile, a beneficio della favorita del futuro Re, Diana Poitiers, ma che poi ne fu influenzata venendo dominata dal suo carisma e dalla megalomania tipica del carattere Mediceo. Si consideri, ad esempio, che Caterina era maniacalmente fissata per la buona cucina e moltissime delle principali ricette “supposte francesi” di oggi, discendono, in realtà, da ricette fiorentine medievali.

Il Papero al Melarancio della tavola de’ Medici divenne l’Anatra all’Arancia dei grandi chef di oggi; la Salsa Colla diventò la Besciamella, perché così si chiamava Louis De Béchameil, il cuoco francese che apprese dai cuochi della Regina questa ricetta; la Zuppa di Cipolle diventò la raffinata Soupe à l’Oignon (il nome è senz’altro più bello); il Cibreo, cioè rigaglie di carni rosolate al burro e rinforzate con tuorlo d’uovo, un piatto tipico di Firenze sin dai tempi di Dante, la base concettuale di innumerevoli piatti resi celebri con la erre moscia, la cui arte e genio sottesi sono essenzialmente di marca storica fiorentina, cioè italica. Caterina de’ Medici insegnò letteralmente come si deve mangiare ai francesi, perché, ancora nel 1500 inoltrato, la nobiltà francese a tavola ingurgitava il cibo tagliandolo e portandolo alla bocca con il solo coltello, senza usare la forchetta, un arnese sconosciuto ai francesi, come ancora oggi il bidet (Caterina ha fatto quello che ha potuto!).

Per capire di cosa sto parlando, si consideri che la grande donna italiana, che civilizzò le élite di Francia, proveniva dalla più importante famiglia italiana del tempo – venendo da una Toscana in cui si faceva uso della forchetta anche ai livelli sociali popolari – e il cui padre naturale era Papa Leone X, cui seguì un ulteriore papa (Clemente VII) che era un altro suo parente.

Per capire le proporzioni di civiltà e di storia tra Francia e Italia , basta osservare con attenzione nei musei di tutta Europa i quadri che ritraggono i contadini italiani ad inizio Rinascimento, e si potrà vedere che essi erano, quantunque agghindati da umili contadini, vestiti da panni ben tagliati e accessoriati dignitosamente, a differenza dei contadini mitteleuropei francesi, belgi o tedeschi, che invece sono raffigurati nei quadri dell’epoca vestiti con stracci, corde e trasandatezze nella totale assenza di buon gusto.

o Sbarco della giovane Maria De’Medici a Marsiglia ritratto da La ricercatezza e lo stile del vestiario , di cui tanto si gloriano i nostri cugini D’Oltralpe riempiendosi la bocca di supponenza durante la settimana della moda parigina, con la quale cercano di oscurare il dominio di Milano, sono illusorie vanaglorie perché esse discendono dalla civilizzazione italiana, anche se a Parigi fanno finta di non sapere quale sia la verità. Stessa situazione si ebbe durante tutto il 1600, il secolo successivo a quello di Caterina, in cui la Francia divenne realmente una grande potenza, soprattutto sotto l’assolutismo del Re Sole, Luigi XIV. Questo secolo, di grande prestigio mondiale per i francesi, si deve quasi del tutto alle influenze di un’altra grande donna italiana di Casa Medici (ma di altro ramo rispetto al Magnifico), Maria, moglie di Enrico IV e regina reggente di Francia di grandissime doti politiche e spirituali, forse anche più della grande Caterina.

L’influenza della Chiesa Romana sulla Francia e la penetrazione delle arti fiorentine in Francia, come la sartoria di lusso, l’arredamento ricercato e l'oreficeria, si devono a Maria, la quale, però, è più nota per le doti diplomatiche e le vicissitudine complicate tipiche di chi si occupa di alte attività politiche, come, ad esempio, la creazione del Cardinale Richelieu e del successivo Cardinale Mazzarino, i grandi registi dei Re Luigi XIII e XIV, o l’avvicinamento internazionale tra Spagna e Francia, una scelta pregna di conseguenze e implicazioni mondiali, che si deve soprattutto a questa donna italiana dalle attitudini politiche e culturali straordinarie. I 24 quadri di Rubens dell’ala Richelieu del Louvre raffigurano, come in un film storico, le peripezie di quest’altra straordinaria donna italiana che ha civilizzato la Francia. Confesso di essere rimasto commosso e toccato osservando uno di quei 24 dipinti, in cui Rubens la raffigurò afflitta, dopo essere stata imprigionata dal figlio (divenuto evidentemente un perfetto stronzetto francese), una rappresentazione delle alterne fortune e dell’amarezza a cui conduce la vita politica, il cui premio è, quasi sempre, l’irriconoscenza da parte di chi più di tutti da te ha avuto.

Ma veniamo alle ancor più dolenti note, ossia a quando la Francia, uscita ubriaca e stordita dal secolo dei lumi, con la Rivoluzione e le Guerre Napoleoniche, iniziò a camminare con le proprie fragili gambe riportando la barbarie in tutta Europa. Mi riferisco a quando il giovane Napoleone ed il commissario Saliceti, per salvare il Direttorio giacobino, vennero in Italia per recuperare i “Luigi d’oro” dati dal Re al Banco di San Giorgio, come cauzione per la cessione “a termine” della Corsica. Per intimorire il Doge genovese ci voleva un comandante di origine corsa, una grande occasione per il giovanissimo Napoleone Bonaparte che, da capitano d’artiglieria fu nominato generale di brigata per volontà politica. La Francia Rivoluzionaria era ben avviata all’autodistruzione, ma a poche centinaia di chilometri era sita la Repubblica di Genova, uno degli stati più ricchi d’Europa con il suo Banco di San Giorgio, la più grande banca al Mondo intorno al secolo 1800.

A Parigi soldi non ce n’erano e il popolo era affamato e, perciò, anche rabbioso e assetato di sangue, essendo, come è noto, governato da esaltati giacobini, che stavano conducendo ideali di grande respiro intellettuale alla vergogna e al più truculento ridicolo. Il Direttorio cercò di farsi prestare 40 milioni di lire dai genovesi, mandando un politicante a chiedere i soldi con la mano tesa, ma facendo spargere la voce che il generale “Corso” Napoleone, arrivato a Nizza, fosse in attesa di ordini dal Direttorio per occupare tutta la Liguria.

Il padre di Napoleone era stato un indipendentista corso, che odiava i dominatori genovesi, e perciò il figlio, a capo di un esercito, intimoriva i signori della Riviera Ligure. La notizia si diffuse e successe un vero pandemonio a Genova: i popolani, ovviamente ignoranti e ignari di cosa potesse significare e comportare questa manovra, aspettarono Napoleone come i comunisti del dopoguerra aspettarono Stalin il salvatore, che fortunatamente mai arrivò, a differenza di Napoleone! I cronisti dell’epoca narrano che per le strade i nobili venivano sbeffeggiati col gesto della ghigliottina e, ovviamente, anche tutto il clero gironzolava, in quei giorni, con la cacca pronta ad esplodere nelle mutande. Il Doge genovese, tirato per la giacca da tutte le parti, decise di non concedere il prestito, perché il governo inglese ed austriaco supplicarono Genova, il Piemonte e Venezia, di entrare a far parte di un’alleanza anti-Direttorio francese. Le due Repubbliche marinare intesero proclamare la “neutralità disarmata”, una trovata ritenuta offensiva da Napoleone, e pagarono a caro prezzo questo errore, perché Genova fu depredata in maniera barbara, a differenza del più povero e piccolo Piemonte, mentre Venezia fu data in pasto agli austriaci, con ciò rivelando la natura tirannica, ipocrita e volgare dei giacobini francesi, e di Napoleone in particolare.

Dopo la pantomima politica, Napoleone ruppe gli indugi e invase la Riviera Ligure venendo accolto trionfalmente dalla popolazione, in gran parte manipolata da varie massonerie locali. Tutte le chiese, le case signorili e i municipi incontrati, furono spogliati di molti averi, ori e argenterie mandate a Parigi. In questo modo, la finanza parigina fu salvata da sette anni di inattiva ed improvvida Rivoluzione. Con queste razzie francesi e la riattivazione della zecca parigina, l’osannato Napoleone riuscì a impossessarsi delle argenterie nostrane, che costituirono, dal 1796 in poi, tutta la base finanziaria con cui Napoleone divenne leader del Direttorio e poi imperatore, così tradendo gli ideali di cui era ritenuto erroneamente portatore. Le opere di Ugo Foscolo, il quale attese entusiasticamente l’avvento di Napoleone anche a Venezia, per poi rimanere totalmente deluso e rancoroso nei riguardi delle prevaricazioni e della presa in giro subita, tratteggiano il senso degli eventi storici di uno dei periodi più infami dei rapporti tra gli incivili francesi e gli italiani .

Dal rendiconto emesso a fine anno 1796 dalla zecca parigina, risulta che furono coniate monete d’argento per un valore di 51 milioni di lire d’oro, che salvarono il Direttorio dal baratro finale, avviando così Napoleone, divenuto leader di Francia depredando i liguri, verso altre razzie nella Valle Padana, che lo rafforzarono sempre di più proiettandolo come modello per i successivi Adolf Hitler ed Emmanuel Macron, quest’ultimo un prevaricatore a mano di velluto e non direttamente armata come Napoleone e Hitler, ma altrettanto pericolosa ed efficace.

Parallelamente al generale, sulla Penisola da spogliare, c’era il luciferino Saliceti del Direttorio giacobino , che, grazie alla massoneria, scatenò le insurrezioni di Milano, Modena, Reggio Emilia, Bologna e varie città della Romagna, tutte insorte per aspettare l’arrivo del presunto liberatore dei popoli, dalla schiavitù dei ricchi, un’idea falsa e pericolosa, che non può non richiamare alla mente i concreti propositi di afflato “sovietico” e transnazionale di un certo europeismo dai grandi ideali egalitari e dal sorriso di facciata compassionevole, che nasconde somma ipocrisia e avidità.

In tutte le città italiane liberate si formarono governi fatti da partiti democratici legati ai francesi (come vedete il PD ha origini storiche molto antiche), ma, in realtà, nominati dalle logge massoniche dipendenti dalla loggia madre di Parigi. La fondazione della Repubblica Cisalpina, sappiamo oggi, sarebbe servita a fornire a Napoleone soldi e vettovaglie per le future campagne, e tutti i padani turlupinati o vessati diventeranno vassalli servili verso la politica imperiale napoleonica, assumendo quei connotati tipici e assolutamente idioti, che denotano la sinistra italiana ancora oggi.

Antoine Saliceti, una specie di commissario UE ante litteram, dichiarò che lo scopo della frammassoneria era quello di fare un’Italia unita, ponendo fine allo Stato Pontificio ed alle attività mercantili che arricchirono le Repubbliche di Genova e Venezia.

Sfruttando i timori che Napoleone ingenerava diffusamente, queste sono le enormi somme estorte che risultano dai documenti, un po’ come le rendite sui BTP di oggi:

1) 30 milioni di lire dal Papa, per evitare l’invasione dello Stato Pontificio; 2) 20 milioni a Milano, che non voleva fare guerre; 3) 10 milioni a Modena; 4) 6 milioni a Genova e 6 a Venezia, le quali pagarono questa inezia ben sapendo che tanto lo scopo reale dei francesi era distruggerle; 5) 4 milioni a Bologna e Ferrara, etc…

Tutte queste ricchezze furono mandate a Parigi, per attenuare la carestia della capitale, depredata prima dallo spendaccione tenore dei ceti nobiliari dominanti, e poi dalle chiacchiere insanguinate dei Rivoluzionari, appena in tempo per evitare una controrivoluzione che avrebbe tagliato la testa ai massoni, ai giacobini e a certe raffinate famiglie ebraico-khazare affermatesi proprio in quei particolari anni. Fu, infatti, grazie alle Guerre Napoleoniche che molte famiglie ebraiche si “vendicarono” degli italiani cattolici uscendo dalle ghettizzazioni avvenute per input papalino, e la dinastia Rothschild prese il primo e più importante abbrivio mettendo le mani, nel corso del 18° secolo, sull’oro e le altre ricchezze delle Repubbliche marinare italiane, Genova e Venezia prima di tutte. Poiché questo giochino, a scapito dei fessi italiani imbambolati dalle chiacchiere massoniche illuministe, piacque moltissimo in Francia, il Direttorio parigino, nel mese di aprile del 1798, promulgò una clamorosa delibera: la requisizione di ori, argenti e gioie di tutte le chiese, monasteri, conventi, oratori, e opere pie, per i bisogni dello Stato di Francia! Oltre all’argenteria, furono asportate dalle Chiese tutte le campane di bronzo che sarebbero state fuse in Francia per farne, come in effetti fecero, tanti cannoni, rilasciando ai parroci generiche ricevute per un rimborso, che dalla Liguria alla Val Padana ancora stanno aspettando. Risulta quindi paradigmatica l’arte di presa per il culo in cui i francesi eccellono nella storia recente, facendosi odiare da tutti, anche dai popoli italiani che li civilizzarono quasi fossero stati dei parenti.

L’atto più inqualificabile è, però, la grande rapina, la più grande di tutti i tempi, che in realtà deve ricondursi ad una famiglia ebraico-khazara. Nel 1802 svanirono nel nulla migliaia di lingotti d’oro custoditi nella tesoreria del Banco San Giorgio di Genova, che godeva di un’extraterritorialità riconosciuta da tutti gli Stati europei. La Repubblica Ligure, essendo aggregata alla francese, perse il diritto a controllare il ricco Banco di San Giorgio, obiettivo del tandem Napoleone-Saliceti, che attuarono un ladrocinio, avvenuto di soppiatto, facendo stampare per 6/7 anni articoli inquietanti sulla conduzione dell’istituto bancario da parte dei genovesi, ritenuti improvvisamente incapaci in materia finanziaria, esattamente come accade oggi nei rapporti tra commissari UE (francesi) e Governo italiano.

Ciò è veramente incredibile, alla stregua di Leonardo diventato francese; perché la Storia dice che la prima lettera di credito al Mondo, di base per la nascita delle arti finanziarie, fu scritta proprio a Genova, e la base delle tecniche di finanza, in uso ancora oggi, fu proprio creata dai genovesi insieme ai veneziani e, soprattutto, ai fiorentini; i quali crearono le parole che ancora oggi sono in uso in tutte le banche del Mondo (anche in quelle asiatiche), che di fatto comunicano tra loro usando termini standard come credit, debit, transfert, etc… che erroneamente si ritengono termini inglesi, essendo, in realtà, in fiorentino di epoca dantesca, accettato per convenzione da genovesi e veneziani.

Dopo aver esautorati i 4 protettori economisti al Banco di San Giorgio, che stavano portando il Banco al default, secondo la stampa di regime di quel periodo, il Direttorio francese nominò un professore, tale Corvetto, una specie di Mario Monti ante litteram, per risanare la banca nel modo seguente: fu organizzato un via vai di chiatte francesi attraccate in porto nottetempo, per caricarle di lingotti prelevati dai marinai stessi, allo scopo di risanare la Repubblica di Genova! Le chiatte poterono risalire il Rodano fino a Digione, a soli 250 km da Parigi, dove c’era ad attenderle un giovane, ma molto esperto banchiere di origine ebraico-khazara e di sede a Parigi, di nome James Rothschild , collegato con tre suoi fratelli insediati a Francoforte, Vienna e soprattutto Londra. Da Palazzo San Giorgio, a Genova, nei primi anni del 1800 partirono pesanti bauli e “Cartulari”, che comprendevano gli schedari di tutti i ricchi clienti europei, spostati d’imperio dall’Italia a Parigi, Francoforte e Londra, e nessuno di costoro protestò, poiché nella capitale francese trovò dei pezzi di carta rappresentanti i propri capitali intatti, pezzi di carta riconosciuti anche dalle piazze finanziarie europee degli altri 3 fratelli Rothschild, tranne uno, il povero Carl, spedito dal Padre a Napoli, ma tornato dai fratelli con le pive nel sacco, perché prendere per il culo e per il collo napoletani e palermitani fu impresa ardua, che non riuscì nemmeno al raffinato cervello di un Rothschild. Questi signori, attuali “padroni” dell’indirizzo del Mondo non riuscirono a depredare il Banco di Napoli , con ciò facendo maturare un’avversione tuttora strisciante, da parte dei Rothschild, oltre che verso la Chiesa Cattolica anche per il carattere ribelle e indomito dei meridionali.

Occorre qui ricordare cosa fece alle testa di migliaia e migliaia di giacobini Ferdinando di Borbone il Lazzarone, parallelamente, ma molto diversamente dall’inetto Luigi XVI, il quale comandò sentenze di morte a tutto spiano in perfetto dialetto napoletano. O, andando indietro, giova citare l’episodio leggendario dei Vespri tra il dodicesimo e il tredicesimo secolo, ripreso anche nelle parole dell’Inno di Mameli, quando 4000 francesi (angioini) furono scannati a Palermo e in tutta la Sicilia, perché alcuni di essi, a coronamento di una serie di prevaricazioni, avevano pensato di poter abusare di qualche moglie siciliana, come se questa particolare isola italiana fosse un semplice territorio europeo uguale a tanti altri, capace di farsi concavo e convesso con bonarietà mediterranea, ma anche di alzate di testa in grado di far impallidire per maggior cattiveria, perfidia e spietatezza di mente, pure francesi, inglesi e tedeschi. Delle malefatte dei francesi, di Napoleone e dei Rothschild i nostri libri di storia non parlano e gli italiani, pur intuendo certe cose senza averle mai studiate, non sanno che Napoleone, a cui Macron nei fatti politici si può proiettare, definì il popolo italico una specie inferiore di umani da essere dominati con forza e durezza, allo stesso modo di Adolf Hitler. In conclusione, se pensate che questo mio lungo racconto storico non serva poi a molto se non a generare odio sovranista e non la felicità con cui si dovrebbe attendere l’avvento di Macron e di un‘UE all’insegna della fratellanza universale, di cui diceva pure Napoleone, vi invito a ripensare a certi discorsi fatti sui media mainstream, che io vedo nitidamente concepiti per concludere un ladrocinio iniziato nuovamente ai danni degli italiani a partire dal 1992.

Quando si parla di un debito pubblico da oltre 2.300 mld di euro da ripianare, una colossale bugia, perché il debito è tecnico e quindi in racchiusa ottica di sostenibilità macroeconomica, o quando non si parla di oltre 900 miliardi di euro in tonnellate di oro che dall’Italia risultano genericamente apportate all’UE, con ciò profilando la più solida riserva aurea pro capite al Mondo da tutti sottaciuta, io intravedo il disegno di depredare gli italiani arricchitisi nel secondo dopoguerra (siamo ancora oggi un appetitoso boccone?).

Il fine UE, che i media non ci dicono, è quello di risanare i disastri delle vanagloriose banche mitteleuropee , una necessità che francesi e tedeschi pensano bellamente di risolvere depredando buona parte dei 4.300 miliardi di ricchezza privata italiana a sistema, nonché un patrimonio di sapienze disperse in innumerevole aziende della Penisola. Questa riedita iniziativa di ladrocinio è concepita da un asse Francoforte-Parigi, ed è la prosecuzione di un lavoro già eseguito in altre forme dai soliti camerieri Rothschild di questi due ultimi secoli, e potrà avvenire in forme massicce, assimilabili alla distruzione delle Repubbliche di Genova e Venezia, solo distruggendo l’italianità intrisa di consapevolezze e radici storiche.

La bugia di Leonardo da Vinci che non sarebbe più, come invece è, italiano, sembra di poco conto, ma in realtà non credo proprio che lo sia. Voi cosa ne pensate?

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