Flat tax, un’aliquota unica delle tasse: si puo’ fare?
Un saggio politico-economico che sostiene la fattibilità della Flat Tax come svolta necessaria contro l’eccesso di pressione fiscale italiana. Gianmarco Landi attacca “il partito delle tasse”, esemplifica la Curva di Laffer e collega il rilancio fiscale italiano alla rivoluzione trumpiana negli Stati Uniti.

FLAT TAX – UNO STUDIO DEL TEMA CENTRALE DI QUESTA CAMPAGNA ELETTORALE
del Dott. Gianmarco Landi (Advisory finanziario)
La Flat Tax dovrà passare le forche caudine del Parlamento della Repubblica italiana, che da sempre è occupato da un partito trasversale in favore delle tasse, un partito che non esiste in senso nominale, ma sussiste per causa della impreparazione economica dei parlamentari italiani, quasi tutti alquanto ignoranti in economia e finanza, come rivelano molte statistiche e reportage giornalistici. Costoro, infatti, se non sono professionisti della politica senza alcuna arte né parte, sono in prevalenza avvocati, cioè professionisti abituati, per riflesso condizionato, a vivere speculando sulle altrui capacità di ricchezza. Forse è soprattutto per questo motivo che, in Italia, il principale partito, il più forte, ma allo stesso tempo il più odiato, è quello delle tasse.
Il Centrodestra in queste elezioni politiche propone la Flat Tax, cioè un tentativo di esautorare il partito delle tasse con un’aliquota unica per persone e imprese molto bassa, ma questo proposito è fattibile? Questa proposta è forse una pia speranza, magari il frutto subdolo della pura propaganda elettorale? Prima di rispondere alla domanda mi preme riflettere sulla natura dei fan del Partito delle Tasse, che imperversano in Parlamento, ma soprattutto in Unione Europea. I signori delle tasse argomentano nel senso che le aliquote alte servirebbero per assicurare l’ottenimento di una qualche situazione di alto principio o di necessità contabile, oppure di prassi virtuosa, situazioni che, come spiegherò nel seguito, non hanno alcuna ragione di potersi ritenere effettivamente tali. Possiamo suddividere questa specie di fautori della malvivenza fiscale in tre categorie:
- gli INVIDIOSI;
- gli IGNAVI;
- gli INCAPACI.
Ovviamente, l’appartenenza ad una categoria non ha preclusione di appartenenza anche alle altre.
Gli Invidiosi sono i più arroganti assertori del partito delle tasse e sono legittimati dalla cultura dell’ex Partito Comunista e delle varie correnti democristiane pauperiste, cioè tutti quelli che, ancora oggi, concepiscono le tasse con il fine di redistribuire il reddito altrui a presunti bisognosi, che, a ben vedere, sono correlati a situazioni di interessi particolari di carattere volgarmente economico o politico. Questi signori ipotizzano di colpire il popolo italiano afferrando alla vita i cittadini più capaci redditualmente, ipotizzando progressivamente di far salire le mani del potere pubblico sino al collo del malcapitato, depredandolo all’insegna di una pretesa di lecito strangolamento nella progressione di aliquote imposte con l’affermazione della giustizia sociale che ammanta, in realtà, l’invidia più becera e pura. E’ utile ricordare che Dante fece indossare un mantello di panno ruvido e pungente agli invidiosi, anime da purgare nel contrappasso degli occhi cuciti dal filo di ferro, che impediva loro di vedere le fortune del prossimo con occhio malevolo (l’etimo di invidia viene dal latino invideo), e quindi fare il male proprio e altrui. Al di là dell’invidia, che riempie di forza energetica la giustizia sociale, sappiamo che questo Totem di ideologia di sinistra non ha alcuna buona applicazione, poiché il contribuente ricco e virtuoso ha intelligenza per sapersi sottrarre dall’aggressione delle pesanti aliquote agendo con piena legalità e sicurezza.
Tutti quelli che si intendono di materie fiscali sanno, ad esempio, che è sufficiente controllare una società all’estero, in paesi con un normale livello di tassazione, in cui spostare o edificare i margini di guadagno, congetturando una commercializzazione o quant’altro, e chiudere altresì in parità i bilanci delle compagnie che producono in Italia, per mortificare questa ambizione di voler depredare gli uomini o le loro entità capaci di alto reddito. Il guaio, però, è che questa dinamica di aggressione e di legittima difesa, infligge un danno alle casse dello Stato italiano, che, di fatto, viene depauperato di quei gettiti normali che, invece, vanno a beneficio delle casse di Paesi esteri che hanno pretese fiscali normali e prosperano alla faccia dei giustizialisti sociali italiani.
La seconda famiglia di sostenitori del partito delle tasse è quella degli Ignavi, cioè dei pavidi e dei rimbambiti dalle teorie tecnocratiche di stampo germanico, i quali sostengono come la pressione fiscale sia necessaria per rispettare una serie di vincoli chiesti dall’Europa (Germania), ma di cui nessuno, però, è capace di spiegare il senso e l’utilità alla luce di un sequel drammatico di dati debilitanti l’Italia da 20 anni e oltre. A questo gruppetto di camerieri dei poteri forti, gente con la erre moscia, che pensa di capire tutto, ma in realtà non capisce niente, bisogna attribuire la cedevolezza italiana verso le più astruse teorie sulla globalizzazione e della Nuova Europa, e dobbiamo annoverare, in primis, l’attuale ministro dell’Economia dei governi del PD, unitamente ad una gabbia piena di pappagalli assertori della supremazia tedesca in un’Europa, che certo non ha bandiere naziste, ma ha quella con l’orbita di stelline che ci sta facendo vedere la Germania per le “botte” che sta dando alla nostra economia reale.
Costoro, si sono spesi acriticamente in favore della necessità di tenere alte le tasse sulla base di un qualche dettato apoditticamente affermato in UE; in ossequio cioè ad un qualche parametro (ad esempio quelli di Maastricht) da intendersi in maniera dogmatica per l’Italia, anche se non è stato così per la Francia e la Germania, quando entrambe hanno calpestato, al loro bisogno e comodo, le regole che loro stesse avevano imposto. Tutti, anche gli europeisti più rimbambiti, devono oggi riconoscere che la situazione dell’economia italiana non solo non migliora da oltre 20 anni, ma a larghi tratti peggiora, infatti l’Italia è un paese con ricchezza pro capite reale inferiore al 1995, ciononostante il debito pubblico è man mano cresciuto fino al suo massimo storico di oggi, dopo 6 anni di esaltazione dell’Europa e di governo PD, superando il 132% del Pil (2.300 miliardi di euro in nominale).
In ultimo c’è la terza tipologia dei fan delle tasse: gli Incapaci, che sono tali sia nel senso di produrre reddito significativo, quanto di capire lo stato delle cose. Questa specie di smidollati sono dei tontoloni pressoché ignoranti, protesi all’adorazione di totem propinati loro dal mainstream dell’Informazione attraverso meccanismi che li inducono a proteggere alti livelli di spesa pubblica, che pensano di tutelare spostando la pressione fiscale da un ambito all’altro, cioè dai redditi ai consumi (come l’aumento dell’IVA) oppure dal lavoro ai beni (tasse patrimoniali), il tutto per giustificare nuove introduzioni di assistenzialismo parassitario a beneficio di fette sociali a loro stessi assimilabili, cioè di incapaci. Gli incapaci, adagiati sulla propria inettitudine, pensano di poter vivere bene sulle spalle degli altri, che invece lavorano rimboccandosi le maniche, e non si rendono conto di quanto questi loro spropositi abbiano, in sé, una spinta fortemente depressiva e distruttiva dell’economia reale oltre che del senso dello Stato, che si basa sul valore del Lavoro e non sulla sua negazione di fatto. Propugnare la salvaguardia della pressione fiscale per dare un reddito a masse improduttive avrà l’effetto che i cittadini possidenti o dinamici decideranno sempre più di andare all’estero, oppure di darsi anche loro alla comoda incapacità di produrre reddito, rotolandosi in una melmosa inettitudine assistita, come i maiali de “La Fattoria degli Animali” di Orwell che, volendo essere solo uguali, nel senso di uno che deve valere ed avere solo uno, imposero una tirannide poggiata sulla povertà.
L’Italia, perciò, è un eccellente caso di scuola. L’Italia è la scuola degli Invidiosi, degli Incapaci e degli Ignavi, che possono agire nella direzione di distruggere le eccellenze del Belpaese coltivando l’illusione di realizzare idee astruse e strampalate, come la Giustizia Sociale animata dall’invidia, o l’Europa elevata a Deità, in realtà inesistente, oppure la società degli eguali dei maiali de “La Fattoria degli Animali” di Orwell.
Il benchmark (parametro con cui in finanza si esplica una fenomeno economico in un certo ambito) di questa invidia, di questa ignavia e di questa incapacità, si coglie considerando l’industria nautica e l’industria delle auto di grande velocità, in cui siamo stati il top assoluto al Mondo, ma ora non lo siamo più! Questi settori di assoluta eccellenza sono stati devastati dagli effetti della trimurti del partito delle tasse, cioè dall’idea della giustizia sociale, del “ce lo chiede l’Europa”, e dagli spostamenti di pressione fiscale e di assistenzialismo incuranti di preservare gli effetti nell’economia reale, che a vario livello hanno danneggiato tutti gli strati della Comunità italiana.
L’Italia ha sperimentato sulla pelle degli italiani quanto la pressione fiscale esasperante faccia male alla crescita, agli stipendi e anche alla qualità della pubblica amministrazione, dato che essa è svincolata dal miglioramento dei servizi pubblici, anzi, essendo correlata al peggioramento delle condizioni dell’economia, implica livelli di servizi pubblici sempre più involuti.
Negli ultimi 20 anni, dal 1996 al 2016, (il 2016 è l’ultimo anno in cui si hanno dati esatti di contabilità nazionale) le entrate fiscali sono cresciute di 80 punti percentuali, il doppio dell’inflazione, che nello stesso periodo è cresciuta del 43 per cento. Vi rendete conto di cosa abbia significato questo fenomeno? Negli stessi anni, infatti, il PIL è calato di oltre 10 punti percentuali (possiamo stimare in valori assoluti circa 170 miliardi di euro in ricchezza di meno in Italia ogni anno), perdendo almeno due milioni di posti di lavoro a tempo pieno. La precisazione “tempo pieno” è doverosa, perché il governo attuale ha agito propagandando dati in forme tendenziose dato che, promuovendo il lavoro part time, asserisce, nel 2017, di aver parificato gli occupati al numero del 1995, una situazione teoricamente vera, ma sulla base di una diminuzione del monte ore lavorate di tutti gli italiani pari al 5% e quindi, all’aumento dei lavoratori a metà giornata, ha fatto da sponda la più forte diminuzione degli occupati full time nel senso del monte ore complessivo.
L’economia italiana oggi è schiacciata dal peso delle tasse e solo chi ha gli occhi cuciti con il filo di ferro, come nel Purgatorio di Dante, non riesce a vederlo.Tra le oltre 100 tasse che colpiscono i ceti produttivi, quelle che pesano di più (il 54% del gettito) sono l'IRPEF e l’IVA. La prima, (Imposta sul reddito persone fisiche) garantisce alle casse dello Stato un gettito di 166 miliardi di euro (il 34 per cento), mentre la seconda è pari a 101 miliardi di euro (20,5 per cento). Con tutte queste premesse, solo un intervento choc, che introduca un abbassamento delle tasse sulle persone fisiche e su quelle giuridiche, può invertire il lento cammino verso la povertà.
Perciò la flat tax è un tema centrale e molto serio in questa campagna elettorale e, che sia al 23% o al 15%, non sarebbe comunque così importante quanto cambiare rapidamente rotta al più presto. Qualcuno potrebbe obiettare, non senza avvedutezza, che dall’estero non ce lo lascerebbero fare, ma nel seguito spiegherò nel dettaglio perché questa obiezione aveva una sua forza nei decenni scorsi, ma ora non più. Certamente negli ultimi 24 anni, per ben 9 anni, vi è stato un governo di CDX con a capo Silvio Berlusconi e, ancorché la pressione fiscale sia stata dai 2 ai 3 punti più bassa rispetto ai periodi in cui il CDX era all’opposizione, bisogna riconoscere che non vi sia stata alcuna Flat Tax e i dati non sono stati certamente buoni e rassicuranti, a differenza di quanto il principale Partito dei moderati (Forza Italia) aveva indotto a pensare in ragione di afflati ideali e programmatici essenzialmente traditi. E’ stata colpa di Berlusconi e dei suoi lacchè, oppure ci sono altri aspetti pregnanti da considerare?
Per capire il futuro dobbiamo voltarci indietro, e guardare con occhio attento a cosa è successo ultimamente nella capitale dell’Impero d'Occidente: Washington. L’italia degli ultimi 24 anni è stata, più di tante altre Democrazie, legata mani e piedi agli USA, quindi inserita in un periodo in cui i Dem americani, ispirati dal pensiero della Scuola di post marxisti di Francoforte, hanno imperversato imponendo una serie di politiche globaliste, soprattutto in materia energetica e finanziaria, che hanno consegnato loro le leve del potere, da cui è stato praticamente impossibile prescindere. Anche nei 5 anni in cui ha governato continuativamente Berlusconi e che, non a caso, hanno coinciso con la presidenza Bush, ritengo che fosse impossibile attuare una flat tax, che avrebbe significato un’Italia politica ambiziosa e forte come Fausto Coppi, che in salita ripida, tra la neve e il gelo, si alzava sui pedali e si staccava dal gruppo.
Gli ultimi 24 anni (dal 92 al 2016) hanno visto i primi 8, in cui i globalisti hanno posto solide basi, all’insegna della presidenza di Bill Clinton, altri 8 anni, con George W. Bush, in cui hanno continuato, in ragione bipartisan, con la forza della maggioranza al Senato Dem, nonché in considerazione della debolissima vittoria di Bush accordata dalla Suprema Corte per le vicende delle schede perforate della Florida, ma, soprattutto, gli ultimi 24 anni sono stati conclusi dagli 8 anni di Obama, forte, nei primi anni, anche della maggioranza Dem al Congresso. Anni che hanno visto un’ingerenza USA spaventosa a suon di bombe e colpi di stato primaverili in tutto il Mediterraneo, commissariando ipso facto e nei tratti essenziali, la nostra Democrazia fino a perpetrare a suon di scandali sui giornali un tenue colpo di Stato anche nella Città del Vaticano, il cuore dei valori profondi della Comunità italiana.
Ma facciamo attenzione a quello che è appena accaduto: negli Stati Uniti, dal 2017, è scoppiata una specie di rivoluzione americana contro questi Dem, e non vi è più la stessa situazione degli ultimi 24 anni! A Washington c’è una guerra che ormai ha i contorni del Bene contro il Male, e solo una delle due parti rimarrà in essere. Dalla meravigliosa e profonda America, quella dei nipoti dei pionieri, delle carovane con i tendoni bianchi, con le bibbie e le pistole a difesa della propria Libertà, è spuntato fuori questo bizzarro John Wayne, cioè Donald Trump, il quale, prima ha diviso, ma poi ha compattato tutti i Repubblicani nel proposito di smantellare il senso politico di questi ultimi 24 anni di potere Dem in America e a livello internazionale. Faccio presente, che anche quando ci fu Bush i Dem pesarono ed imperversarono in tutta Europa e nel Mondo, ad esempio, con Al Gore e la sua battaglia sull’ambiente, che anche Bush ha dovuto supportare e che, in parole povere, ha consegnato il dominio delle leve politiche economiche mondiali ai Dem Usa. Questi politici americani, attraverso la panzana del global warming, hanno tramato e intrallazzato conquistando il controllo delle politiche energetiche mondiali e quindi anche delle Banche e dei Media, facendo gravare le tasse implicite dell’economia verde anche sulla fragile economia italiana, funestata dalle conclamate fanfaluche dell’ambientalismo più esaltato e fanatico.
Ora, però, tutto questo Mondo di nuovi moralismi e dollari Dem, che ha comandato in Europa attraverso la mediazione dei Kapò mitteleuropei, è sotto un violento attacco, perché la leva fiscale usata da Trump, che con la sua flat tax ha portato dal 35% al 20% le aliquote in USA, è pure utilizzata come una mazza che sta rompendo la dura testa dei cervelloni Dem, i quali, non essendo riusciti ad “uccidere” Trump, rischiano di essere ridotti ai minimi termini in America e in Europa. The Donald, riallacciandosi all’ultimo importante presidente repubblicano, cioè Ronald Reagan, di cui è stato amico ed imprenditore di riferimento, ha imposto un drastico abbassamento delle tasse, che costringerà, gioco forza, tutta l’Europa a seguire, non solo per la paura dei dazi intesi a riequilibrare pro America il vantaggio tedesco sulla competitività sfruttata con l’euro debole, ma perché, per non penalizzare le aziende europee, sarà doveroso adeguare la fiscalità nel senso innescato dall’abbassamento delle tasse appena conseguito dal Presidente Trump poco più di un mese fa, con il combattuto e significativo risultato di 51 senatori a 49.
Ma oltre a questo importante motivo internazionale, che rende plausibile la Flat Tax, che il CDX ci propone, ve n'è un altro, più profondo e raffinato, che riguarda anche gli italiani, un popolo di poeti, di santi, di navigatori e sapienti evasori fiscali. Il senso profondo della flat tax si coglie nella scienza economica che rifulge nello schizzo su un tovagliolo che Arthur Laffer, un economista, fece a beneficio di Donald Rumsfeld e Ronald Reagan nel corso di una cena elettorale per le primarie repubblicane a metà degli anni ‘70. Quelle competizioni videro, infine, la vittoria del democratico Carter, ma 4 anni dopo costituirono i lumi dei meravigliosi anni ‘80, la cui onda di benessere e sviluppo arrivò anche da noi con la vittoria di Reagan. Laffer disegnò sul tovagliolo quella curva nota in Economia come Curva di Laffer, cioè un diagramma che spiega, con una U rovesciata, il legame tra entrate fiscali e aliquote, un concetto banale, ma che non entra nella testa degli zucconi che pensano di capire tutto, anche quando invece non capiscono nulla.
Gli zucconi di sinistra pensano che le due espressioni, entrate ed aliquote, siano legate da legge di diretta proporzionalità, cioè che più si aumentano le aliquote più aumentano le entrate fiscale, ma in realtà non è mai stato così per una motivazione empirica di per sé stessa evidente ed intuitiva. La motivazione è che più le aliquote sono alte, meno redditi vengono dichiarati, e questo fenomeno ha a sua volta due cause: la prima è che, più alte sono le tasse più alta sarà l’elusione o l’evasione fiscale; la seconda è che più alte sono le tasse più sofferente sarà la crescita economica, cioè meno redditi saranno effettivamente prodotti. Il grafico di Laffer ha, sull’asse delle ordinate, le entrate (stimate da 0 a 200K euro) e, su quello delle ascisse, le aliquote. Chi non si sforza di capire cosa significhi questo grafico non ha diritto di esprimere alcuna opinione in materia fiscale.

Il grafico mostra che, con un’aliquota dello 0% il governo non raccoglierebbe nulla (per definizione…), così come non avrebbe alcun introito se applicasse una percentuale pari al 100% , dato che nessuna persona sarebbe disposta a lavorare duramente per poi farsi depredare di tutto il proprio guadagno. Se i due estremi della curva producono entrate nulle, allora vuol dire che la funzione di relazione dovrà avere nel mezzo un punto di massima (nel grafico M), a cavallo del quale esistono una serie di coppie di aliquote differenti, che generano lo stesso gettito (Punti A e B ad esempio). La Linea rossa e continua ci fa vedere come esista una aliquota (nel grafico congetturata al 30%) oltre la quale il gettito fiscale decresce, cioè:
più si pretendono tasse, meno se ne riscuotono. Il concetto che il grafico esprime è che un’aliquota del 42% determina un gettito fiscale uguale a quella del 18%, con buona pace degli invidiosi, degli ignavi e degli incapaci.
La curva di Laffer si costruisce in relazione ad una funzione matematica che rappresenta l’andamento delle dichiarazioni veritiere al variare delle aliquote, che nel grafico sono raffigurate con la linea tratteggiata di azzurro. L’andamento raffigurato è plausibile nella correlazione tra la percentuale di tassazione e la parte del reddito reale che viene dichiarata. Partendo dai 100-k € denunciati, pressoché fedelmente, per le aliquote inferiori al 5%, la quota dichiarata al fisco si riduce man mano che la percentuale si approssima al 60%, per poi ridursi praticamente a zero per i valori teorici oltre l’80% (linea azzurra tratteggiata). Questo concetto fu sperimentato nel corso della Presidenza di Ronald Reagan, il quale fu ritenuto anche più pazzo e pericoloso di Trump dagli “orfani” di Carter di quel periodo, sia in America, sia in Europa. A partire dal 1980, l’America abbassò fortemente le aliquote e, come descrive la curva di Laffer, aumentò fortemente il gettito fiscale ad un livello talmente forte, che gli USA riuscirono addirittura a soverchiare l’URSS nella corsa agli armamenti, facendo implodere il Sistema Sovietico dall’interno fino ad assistere al crollo del muro di Berlino in chiusura dei meravigliosi anni ‘80.
In conclusione bisogna convenire che, una Flat Tax al 15 %, come vuole ottenere l’impetuoso Salvini, o al 23%, come intende mediare prudenzialmente in una dimensione più europeista Berlusconi, è un tema serissimo e plausibile per il rilancio politico della nostra Italia; alla luce di 24 anni di fallimenti dell’europeismo tecnocratico Dem e in considerazione dell’emergere, nella Storia Occidentale, di una nuova manifestazione della Divina Provvidenza manzoniana, che oggi risponde al nome di Fra Donald Trump, un leader con cui il Centrodestra italiano dovrebbe assolutamente affratellarsi, anche più di quanto abbiano fatto i Conservatori del Regno Unito.
E, per finire, chiudo con un aneddoto per appassionati di storia ed economia che edulcorerà le pillole della cura Trump anche alla mortificata ed inconsistente intellighenzia Dem. La curva di Laffer viene dagli USA? No, niente affatto. In realtà si tratta di un gigantesco plagio compiuto scopiazzando un manoscritto che ha origine in quel Mediterraneo devastato pochi anni fa dalle bombe e dai colpi di stato di Obama e Hillary Clinton, e che oggi pullula di navi delle ONG patrocinate dalla UE e dal PD Italiano, grazie alle tasse pagate dai cittadini depredati. Noi, il Popolo italiano, abbiamo preso dai nostri cugini maghrebini non cristiani tutto quello che di buono avevano da darci, e ci siamo guadagnati con la storia il diritto di essere quello che siamo, cioè dirimpettai aperti, ma distinti nella nostra identità, con il rispetto che si riconosce a popoli che esprimono un loro cammino nella storia dell’Umanità, e che non deve e non può essere ammassato in un blob di consumo, lavoro e valori standardizzati e reso privo di identità e di spessore.
Per inciso, la curva di Laffer non è una discendenza della Tradizione occidentale e cristiana, quindi quacchera o protestante come potrebbe essere lecito pensare viste le fortune americane e anglosassoni (ricordiamo Margaret Thatcher oltre a Reagan). Come ha rivelato lo stesso Laffer, la sua curva è una conquista arrivata a lui grazie ad un genio mussulmano antesignano di Leonardo da Vinci di circa 150 anni. La curva è tratta da un concetto e un diagramma sviscerato da Ibn Khaldun, copiato pari pari da Laffer. Questo Khaldun fu uno scienziato mussulmano nato a Tunisi, di ceto dominante andaluso. Egli fu soprattutto un grandissimo storico, un raffinato filosofo (epistemologo), un musicista (pare che sia stato l’inventore della chitarra) ed il primo realizzatore di opere di Sociologia ed Economia applicata all’arte esercitata dai Di Van (dal cui etimo ci viene la parola divano), i consiglieri di Stato che popolavano i salotti degli sceicchi mussulmani, consigliandoli sul governo dei popoli sottomessi.
Come tutti i geni, anche Ibn Khaldun non sempre fu apprezzato e fu fortemente ostacolato, ma, anche grazie a lui, l’Islam raggiunse l’apice proprio in quegli anni, per poi avviarsi al declino, ma solo nei secoli a seguire. Quando Khaldun raffigurò la curva del gettito fiscale e delle aliquote, spiegò che erano eccessive e non intelligenti le pretese di tassazione che i Di Van facevano pagare ai cristiani e agli ebrei sottomessi alla Sharia da non mussulmani, e perciò fu molto ostacolato da tutti quei beduini che, odiando altri esseri umani più ricchi, concepivano le tasse come strumento di sofferenza e riscatto, nel senso di una privazione di altrui libertà e fortune, per conseguire un’uguaglianza, illo tempore, nel senso islamico del termine. Nel 1300, chi non era totalmente sottomesso alla Sharia, essendo quindi non mussulmano, doveva pagare una maggior tassazione , una sorta di aliquota progressiva come quella che colpisce gli odiati ricchi di oggi, da cui, anche allora, la maggior parte degli aggrediti dal fisco riusciva a sottrarsi, sebbene nel timore della scimitarra.
L’Islam del 1300 aggrediva con tasse molto più alte chi non si convertiva a Maometto e lo puniva ferocemente se si sottraeva alle pretese fiscali del periodo, ma ciò avveniva a qualsiasi costo, anche a quello della vita o di abbandonare i luoghi dominati dai Saraceni, che, però, venivano così impoveriti.
Khaldun spiegò che questa logica ideologica dell’Islam era sbagliata rappresentandola con la sua curva, la nostra curva di Laffer, con ciò significando che l’ostilità e le pretese a detrimento dei ricchi (i cristiani e gli ebrei) non solo non incrementavano le casse dell’Islam, ma alimentavano una cultura di insofferenza, che generava situazioni non intelligenti e convenienti nel senso di poterle sistemare sguainando la scimitarra sulla gola degli infedeli; ancorché fossero pure conclamati evasori. I beduini, per quanto fossero ritenuti beceri dai nostri punti di vista, grazie al genio di Ibn Khaldun arrivarono a capire questa semplice cosa, ed infatti, anche così, costituirono una civiltà che riuscì a scambiare con l’Occidente alcune conquiste di progresso per alcuni secoli, anche dopo il 1300. Chissà se anche i Dem e i 5 Stelle nostrani, nonostante la corona di onestà e intellighenzia che si sono messi e che evidentemente pesa sulla loro fragile testa, un giorno possano arrivare a capire quello che i beduini capirono nell’Alto Medioevo.
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POLITICA ITALIANAIL GENERALE BURATTINO
Chi muove davvero i fili di Vannacci? È la domanda centrale dell’analisi di Gianmarco Landi, che considera l’ingresso dell’ex generale sulla scena politica italiana tutt’altro che “estemporaneo e genuino”, ma costruito a tavolino. Vannacci è una “marionetta” di cui, allo stato attuale, si può ipotizzare una doppia regia: da una parte, Matteo Renzi e apparati massonici e militari NATO; dall’altra, Donald Trump e la sua strategia volta a rendere Giorgia Meloni “più trumpiana di Trump”. In conclusione Landi pone il dilemma amletico: “se il burattino stesso sia davvero consapevole” di chi muove i suoi fili oppure no.
POLITICA ITALIANATRUMP: LA MATTA
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POLITICA ITALIANA
