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Gianmarco Landi
Esteri e Geopolitica7 min di lettura

Midterm: la vittoria in realtà è netta, Trump non ha perso

Un’analisi politica delle elezioni Midterm americane del 2018 che ribalta la narrazione dominante dei media occidentali. L’autore sostiene che Donald Trump abbia consolidato il proprio potere rafforzando Senato, governatori e leadership repubblicana, trasformando un risultato presentato come sconfitta in una vittoria strategica verso le presidenziali successive.

Trump non ha perso, come ha scritto masticando amaro il giornale a lui più ostile, The New York Times ; oppure ha tremendamente vinto, come ha dichiarato lui a caldo martedì notte via twitter?

I numeri, dopo il solito teatrino sui ricorsi, nelle tre competizione sono questi:

● al Senato 54 senatori per il Repubblicani, 44 per i Democratici e 2 indipendenti di Sinistra; ● alla House, deputato più, deputato meno, finirà 231 a 204 in favore dei Democratici; ● riguardo i 50 governatori USA, d’ora in poi saranno 27 Repubblicani e 23 Democratici.

I numeri vanno però compresi nel dettaglio del loro intricato valore politico.

In ottica di presidenziali 2020 Trump ha dato una grande prova di forza, poiché in questa prospettiva di referendum presidenziale, ha tenuto il Senato, rafforzandosi molto più dei tre senatori guadagnati, come spiegherò di seguito; e ha perso molto meno dei 30 deputati alla Camera che il Partito ha perso, fenomeno naturale che aveva interessato anche Obama, il quale, nel 2010 ne perse 65 oltre a perdere la maggioranza al senato, ma ciononostante due anni dopo fu riconfermato.

Trump ha vinto ovunque contasse minimamente vincere , cioè in tutti gli Swing State , gli stati in bilico la cui vittoria ha un sapore dolce, perché fa accarezzare il sogno della vittoria presidenziale. Vincere le corse da governatore e quelle per il Senato in Florida, Ohio, Georgia, Arizona o North Carolina, peraltro tutte vittorie all’insegna di candidati suoi , ha dato una mazzata in fronte a qualsiasi repubblicano che coltivasse l’ambizione di sfidarlo seriamente nel 2020. Ma vi è di più.

Trump si è imposto come leader assoluto dei Repubblicani , perché, oltre a sbaragliare i Dem nelle partite più importanti degli stati in bilico, ha saputo ridurre al minimo tutta l’opposizione interna al Partito Repubblicano che tanto lo aveva fatto soffrire in passato. Il Presidente ha pensionato tutti i suoi avversari interni arrivati al Congresso con Bush e McCain, ottenendo vittorie clamorose in Tennessee, in Arizona, in Missouri, spedendo in “confino” nel suo piccolo Stato dello Utah Romney, e accettando la riconferma di Cruz in Texas, a cui ha permesso di vincere appoggiandolo soltanto all’ultimo, facendogli così prendere una strizza che si ricorderà per tutta la vita. Se Trump non avesse fatto vincere Cruz nello Stato delle bistecche e del petrolio, si sarebbe aperta la strada per un Dem emergente molto pericoloso, Beto O’Rourke, che da senatore avrebbe potuto diventare facilmente, nel giro di due anni, il leader dei Democratici facendo un sol boccone di Pelosi, Warren e chiunque altro. O’Rourke, da senatore, avrebbe trasformato il Texas in uno Swing State e, mettendo sul tavolo il 2° stato per importanza presidenziale, di colore storicamente Red, alla fine, avrebbe messo tutti d’accordo alle primarie Dem; perché sappiamo che i Blu, con qualsiasi candidato, hanno già blindati in partenza i grandi elettori della California, 1° stato per importanza elettorale, e di New York, 3° stato per importanza elettorale a pari merito con la Florida.

Perciò la vittoria politica di Trump è assolutamente perentoria;

e da uomo intelligente ha saputo anche stravincere senza farlo apparire troppo. Il fatto che in una delle 5 istituzioni rilevanti negli Stati Uniti prevalgano i Dem, non è affatto un problema, anzi, forse è pure un vantaggio, che tiene desta una sana dialettica politica, quando si ha la garanzia di avere saldamente in mano il Senato, i Governatori degli Swing State, la Corte Suprema e la Presidenza con tutti i suoi grandissimi poteri e prerogative. I poteri preponderanti sono tutti nella Camera Alta, dove passeranno le nomine dei procuratori (magistratura inquirente), i grandi dossier di politica estera, energia e finanza, nonché le nomine delle Agenzie Federali, a cominciare dall’FBI o dalla CIA. Il fatto che Trump oggi abbia cacciato il Ministro della Giustizia, molto ambiguo riguardo all’ affaire Russiagate, ci dice come il Presidente sia uscito forte da queste Midterm che lo proiettano verso altri 6 anni di Governo molto più che probabili.

La Camera giocherà molto poco nel senso di impensierire il Presidente, e anche ipotizzarne un uso contundente, come quello che fece Newt Gingrich contro Clinton negli anni ‘90, potrebbe essere addirittura controproducente per i Dem, che, oltre ad essere senza leader, sono dominati da un’Area Liberal poggiata su una base elettorale attraversata da rivendicazioni socialiste molto forti e ancora più rivoluzionarie di certi afflati da socialista capitalista di Trump.

Personalmente vedo il gruppo Dem alla Camera in seria difficoltà, perché presto Liberal e Socialisti saranno appaiati come cani e gatti. Sanders e un altro suo seguace socialista sono già usciti dai Dem al Senato (sono i due indipendenti), e alla Camera la situazione conflittuale è nascosta nella pancia di un Gruppo la cui frattura ideologica interna è latente, ma molto forte, visto che almeno una ventina di deputati eletti dai Dem hanno dichiarato, in campagna elettorale, di appoggiare l’Agenda interna di Trump, il quale non ha scatenato lotte reali in alcuni distretti, mentre tanti altri deputati Dem promettevano di fare l’impeachment Presidenziale con impeti giacobini. Credo che Trump abbia coltivato con lucida perfidia il disegno di allargare una divaricazione nel fronte avversario, tollerando il rischio di crearsi una sparring partner debole e per lui ideale, come Nancy Pelosi.

La Pelosi si ritroverà in una situazione complicata in cui sarà molto improbabile poter andare all’arma bianca contro il potente Presidente, così come avrebbe voluto fare Soros, cionondimeno, si ritroverà in seno alla sua importante comunità italoamericana anche il pupillo di Trump, Ron DeSantis, di appena 40 anni, di origini abruzzesi, appena eletto governatore in Florida, lo Swing State per antonomasia in cui tutti i milionari della costa est vanno a svernare i fine settimana dividendosi nelle loro ville tra Miami e Palm Beach.

Trump, evidentemente consigliato da Rudy Giuliani, sta coltivando l’astuto disegno di un lento ribaltone nella comunità italoamericana egemonizzata negli ultimi anni dai Dem e da Nancy Pelosi, e il compimento di questo disegno negli stati Blu del nord est, zeppi di italoamericani, potrebbe portare, in futuro, frutti oggi impensabili ai repubblicani.

Tutto ciò accade mentre Sky, Repubblica e compagnia bella ci fracassano lo scroto con le loro narrazioni radical chic sulle Midterm , recitando il mantra catartico dell’elezione della “prima donna somala con velo”, della “prima donna musulmana senza velo”, della “più giovane donna in assoluto”, della “prima bisex dichiarata”, della “prima donna cameriera” e così via, stronzata dopo stronzata, per convincerci di quanto siano belli questi fiocchetti rosa dal bordino arcobaleno che sapranno opporsi a Trump, non si sa ancora come.

Ma quanto sono idioti questi giornalisti progressisti che sognano un’umanità senza stati e senza confini e però dividono le persone che fanno politica per razza, per sesso, per gusti sessuali, per età, per abitudini alimentari, dimenticando di considerare i temi politici concreti, che dovrebbero invece animare e dare senso alle divisioni democratiche?

Il dato socio politico delle Midterm conferma la sostanza del 2016, cioè la spaccatura tra l’America profonda e ruvida, e quella delle coste, superficiale e patinata. La prima ha come ideale l’America First e la Statua della Libertà, la seconda il global arcobaleno con l’uguaglianza dogmatica del politically correct.

Ad oggi, la partita su chi comanderà per i prossimi 6 anni, non c’è.

In conclusione, consentitemi due perle politicamente scorrette, come piacciono a me.

Porgiamo sentite “condoglianze” alla leader dei Dem al Senato, la sorosiana Elizabeth Warren , rieletta in Massachusetts con 25 punti di scarto a suon di centinaia di milioni di dollari, ma sconfitta in Senato, perché non potrà fare nessun impeachment presidenziale, come voleva il suo mentore e padrone George Soros solo pochi mesi fa. Povera senatrice Warren, proprio un brutto periodo questo, dato che mesi fa aveva anche fatto il test del DNA sperando di avere sangue Cherokee, una circostanza di cui si vantò sui Media con il cuore colmo di gioia, ma che non fu confermata dal test! Avranno perso il senato per questo motivo?

Ed infine, porgiamo un sentito ringraziamento a Barack Obama , a cui si deve il merito del boom economico americano, della disoccupazione azzerata e l’attuale pace nel Mondo, a suo dire ovviamente, solo suo e dei cretini come lui. Robe da pazzi! Trump ha abbassato drasticamente le tasse per rilanciare gli investimenti, ha costretto le aziende multinazionali al rimpatrio delle fabbriche per riassumere in America obtorto collo, e ha imposto la propria pace senza lanciare bombe, che non siano informali lanci via tweet, e il merito sarebbe tutto di quello che da ben 730 giorni è in pensione?! Mah! E poi i giornali dicono che il pagliaccio è sempre quello con i capelli arancioni!

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