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Gianmarco Landi
Nuovo Sistema Finanziario7 min di lettura

Dazi, globalismo e età dell’oro, il punto con Gianmarco Landi

Un’intervista geopolitico-economica a Gianmarco Landi, che interpreta dazi, ritorno dell’oro e crisi della globalizzazione come segnali di una trasformazione storica del sistema finanziario mondiale. L’analista finanziario descrive la strategia di Donald Trump come un tentativo di ridimensionare drasticamente il potere di banche centrali, multinazionali e potere monetario fondato sulle valute fiat.

Sembra che l’era dei banchieri centrali abbia i giorni contati e con essa quella della globalizzazione. Uno degli ultimi indizi più rilevanti è dato dalle dimissioni che pochi giorni fa Klaus Schwab, il fondatore del Wef (clicca qui) , ha rassegnato dal Cda dopo essersi già dimesso un anno fa dalla presidenza. Quali tempi si prospettano adesso per la gente comune? L’analista finanziario e esperto di geopolitica Gianmarco Landi è sicuro che l’Italia possa tirare un sospiro di sollievo. Ne parlerà giovedì sera alle 21 all’hotel Croce di Malta di Montecatini durante la serata dal titolo «Vivere il nuovo: il cambiamento geopolitico nell’ età dell’oro». (clicca qui)

Gianmarco Landi, quando si parla di età dell’oro si intende come rialzo dei prezzi del bene fisico o come ricchezza per tutti? «L’età dell’oro è un mito della storia secondo il quale tutti gli esseri umani vivevano in benessere e prosperità. Un periodo di felicità in un’epoca di abbondanza e di pace».

Perché il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ne parla? «Lo fa ricordando anche la prima globalizzazione, quella avvenuta tra il 1870-1900, quando l’America era una calamita di interesse per i diseredati del mondo, perché offriva opportunità e un grande benessere per tutti»

Perché l’oro è così importante in questo momento politico? «L’oro è sempre stato il veicolo attraverso il quale la ricchezza circolava nel mondo, ma poi è stato sostituito da meccanismi finanziari astratti, cioè alcune diavolerie attualmente in uso. Prima tutti capivano il meccanismo perché il valore riconosciuto era fisico, e i banchieri avevano le mani legate da una certa quantità di oro che era stata loro affidata. Negli ultimi decenni la finanza è diventata invece una ‘scienza’ astratta ed ha creato una grande divaricazione tra persone sempre più esageratamente ricche e persone passate da una condizione di ceto medio a condizioni di povertà e malessere, o comunque di non benessere. Il presupposto di questo fenomeno è nei meccanismi di circolazione e risparmio della ricchezza. Le banche nascono come depositi di oro a supporto della produzione economica e dei popoli, ma oggi non solo non sono depositi di ricchezza reale, ma nemmeno sono un supporto all’economia reale e ai popoli.

Dal 1945 al 1971 l’Italia andava bene perché comunque c’era un sistema finanziario basato sul dollaro Usa a sua volta agganciato all’oro, rispetto a cui tutte le monete erano in rapporto. Cosa è successo? Con la nuova finanza imposta dagli anni 70, dopo lo sganciamento del dollaro dall’oro, le monete sono diventate flottanti e il loro valore è stato praticamente deciso dai banchieri, che così hanno accentrato il potere di creare monete dal nulla indebitando tutti gli altri. Questo ha determinato l’attuale strapotere dell’élite finanziaria e a quel punto è cominciato il declino, prima economico e poi dei valori occidentali. Questa narrativa del debito pubblico italiano, ad esempio, si è creata dagli anni ‘70 in poi, ed è stato grazie a questo parametro tecnico di contabilità nazionale, eretto come se fosse il Moloch, se la politica è stata messa oggi totalmente a servizio delle banche».

Cosa comporta allora il ritorno dell’oro nella finanza voluto dal presidente Trump? «Le banche centrali attuano le compensazioni flussi merci-soldi con dollari, perché per una questione di geopolitica internazionale il dollaro, essendo peraltro l’unico mezzo per poter acquistare petrolio, è stata la moneta di riserva benché non fosse più agganciato all’oro. Questo ha accresciuto un potere enorme in capo ad un’élite che ha beneficiato della domanda crescente di dollari, mentre crisi, guerre ed emergenze, sono state la scusa per giustificarne una sempre maggiore creazione. Le pagine più sordide della storia dei decenni scorsi sono state le cause dell’espansione della massa monetaria in dollari e quindi della supremazia delle famiglie della Federal Reserve e dei loro fondi di investimenti che schermano le loro identità all’interno della compagine azionaria di tutte le multinazionali del mondo. Il presidente Trump ha imposto, durante il suo primo mandato, il ritorno dell’oro come moneta a livello internazionale e ora, a seguito di Basilea III esso lo è al pari del dollaro. Questo mutato dato tecnico ha minato l’arbitrio dei banchieri e ora sono proprio loro quelli che preferiscono comprare oro fisico piuttosto che dollari, così indebolendo le basi del loro stesso esercizio di potere. La rimonetizzazione dell’oro ha anche favorito la Russia che, venendo isolata a causa della guerra, ha potuto eludere le sanzioni ed i limiti della preclusione alle transazioni bancarie mediante Swift ed in dollari, scambiando le monete nazionali con i paesi BRICS, per poi compensare i flussi del deficit-surplus con tonnellate d’oro».

Ma allora cosa succede con i dazi imposti da Trump? «Viene, di fatto, scassata la globalizzazione. Trump lo fa con i dazi che sono un meccanismo per colpire le multinazionali e, di conseguenza, tutte le grandi banche che alle multinazionali hanno concesso enormi prestiti. I dazi creano inflazione e questa cosa renderà insostenibile la gestione degli oneri dei debiti. In questo modo Trump potrà fare delle trattative per singolo paese da una posizione di forza».

E in queste trattative l’Italia che posizione avrà? «Trump certo chiarirà che l’Italia non è un bersaglio. Se la premier Meloni volesse dare risposte agli industriali basterebbe non agire in ambito di vincoli UE, ma lavorare per proteggere il Made in Italy accordandosi con Trump. Il dollaro è carta e gli USA hanno avuto un grande vantaggio da questo sistema, perché così hanno potuto pagare merci, beni fisici, che arrivavano da altre nazioni con semplice carta. Il deficit commerciale, di 1 trilione annuale, costerebbe caro agli USA se Trump rinunciasse in futuro al vantaggio di pagare merci con carta di valore riconosciuto da tutto il mondo.

Trump vuole arrestare questa situazione con 3 azioni: far partire le aziende americane e fa partire il lavoro in America; mettere la propria scrivania al centro di ogni trattativa politica in ottica di sovranismo e a scapito del globalismo; colpire le banche e le grandi multinazionali che sfruttano il lavoro a basso costo, scatenando l’inflazione (senza dirlo): i prezzi aumenteranno e questo farà sì che le banche centrali non riescano più a abbassare i tassi di interesse, e allora l’insostenibilità degli oneri sulle montagne di debiti che le multinazionali hanno farà saltare il sistema a monete fiat, emesse a debito».

Il passo successivo allora? «Il presidente Trump vuole emettere un nuovo dollaro, che questa volta sarà a credito e avrà una forma digitale a crypto».

Ma la moneta digitale non è un semplice strumento di controllo, di valore solo nominale? «La moneta digitale è uno strumento che può avere implicazioni buone o cattive a seconda di chi lo usa. La moneta digitale emessa dalla banca centrale per programmare la spesa imponendo una nuova normalità sulla base dei crediti sociali, è una cosa malvagia, orwelliana. Quella di Trump, invece, si inserisce in un’ottica quantistica ed è decentralizzata secondo un protocollo che sarà risultante da Trattati internazionali che gli Usa stipuleranno con tutte le nazioni, a cominciare dalla Russia e dalla Cina. Il passaggio importante sarà che l’attività finanziaria non sarà più mediata dalle banche centrali e dalle banche in generale».

E chi non ha niente da investire? «Chi lavora verrà pagato con moneta a credito di oro o metalli preziosi, e perciò avrà una tutela nel senso di non essere più depredato in maniera occulta dai soggetti finanziari o dalle aggressioni fiscali statali».

Che tempi ci saranno per attuare il piano? «È già tutto avviato. Il presidente Trump ha fatto un Executive Order, proprio una decina di giorni fa, secondo il quale tutte le agenzie USA devono consentire le transazioni sia mediante conti bancari sia mediante wallet e monete digitali, purché rispettino dei parametri. La pace con la Russia sarà il viatico per meglio definire queste evoluzioni e sarà un riferimento temporale per capire quando il sistema potrà effettivamente partire per tutti».

Dobbiamo aspettarci tempi duri? «No, non ce ne saranno. L’unico pericolo adesso sono le banche europee che, rendendosi conto che hanno perso tutto il potere, potrebbero provare a fare un colpo di mano sui risparmi delle persone. Tuttavia è uno scenario molto difficile per loro, e questo lo spiegherò alla serata di Montecatini».

Quindi i dazi sarebbero un falso problema… «Falso o vero, dipende da chi li subisce. Ciò che sancisce la nostra vittoria è che, già nel maggio 2024, Klaus Schwab si era dimesso da presidente del WEF. Dopo l’introduzione dei dazi, pochi giorni fa, Schwab si è dimesso anche dal CDA del WEF, la sua creatura, che ormai è in fin di vita. A me sembra chiarissimo a cosa servano i dazi, e perciò non sono un falso problema, ma un vero problema per tutte le élite della globalizzazione. Per i popoli, invece, sono l’anticamera di una liberazione. Al momento il presidente Trump ha sospeso i dazi per 90 giorni. Se l’élite finanziaria dovesse ostacolare il nuovo sistema finanziario quantistico e multipolare, essi verranno ripristinati e ne pagherà le conseguenze».

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